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	<title>Clima | RIES - Rete Italiana Economia Solidale</title>
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	<description>Rete Italiana Economia Solidale</description>
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	<title>Clima | RIES - Rete Italiana Economia Solidale</title>
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		<title>Funding Fairer Futures: fondi per il clima e iniziative della società civile</title>
		<link>https://rete-ries.it/notizie-campagne/funding-fairer-futures-fondi-per-il-clima-e-iniziative-della-societa-civile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[riesadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 13:42:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bandi]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dalle campagne]]></category>
		<category><![CDATA[bandi]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[ECOLISE]]></category>
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					<description><![CDATA[Funding Fairer Futures è un&#8217;iniziativa dedicata al rafforzamento del movimento per il clima e alla costruzione di capacità per una trasformazione inclusiva e giusta, garantendo che le esigenze e le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://ecolise.eu/projects/fff-funding-fairer-futures/"><strong>Funding Fairer Futures</strong></a> è un&#8217;iniziativa dedicata al rafforzamento del movimento per il clima e alla costruzione di capacità per una trasformazione inclusiva e giusta, garantendo che le esigenze e le prospettive di diversi soggetti interessati, comprese le comunità spesso emarginate, siano ascoltate e riflesse nell&#8217;azione per il clima.</p>
<p>I primi inviti a presentare proposte per <a href="https://caneurope.org/funding-fairer-futures-first-calls-for-proposals-supporting-climate-justice-projects-launching-soon/"><strong>cinque diversi fondi</strong></a> sono dedicati a sostenere le organizzazioni e i gruppi della società civile nella realizzazione di progetti di sensibilizzazione, campagne, advocacy e coinvolgimento delle comunità che creino un futuro più giusto e sostenibile per tutti. ECOLISE coordina il <strong><a href="https://ecolise.eu/how-we-do-it/regenerative-communities-fund/">Fondo per le comunità rigenerative</a></strong>.</p>
<p>Per ulteriori <a href="https://ecolise.eu/funding-fairer-futures-regenerative-communities-fund/"><strong>informazioni qui</strong></a>.</p>
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		<title>Sbilanciamoci: un autunno caldo per clima e lavoro</title>
		<link>https://rete-ries.it/dai-territori/sbilanciamoci-un-autunno-caldo-per-clima-e-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simonetta Rinaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Sep 2024 12:47:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dai Territori]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Sbilanciamoci]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal Forum di Sbilanciamoci! l’Alleanza Clima Lavoro lancia un messaggio chiaro e unitario per salvare il Pianeta dal collasso sociale e ambientale. Contro-narrazione e convergenza. Sono queste le due parole [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<header></header>
<section class="entry">
<h4>Dal Forum di Sbilanciamoci! l’Alleanza Clima Lavoro lancia un messaggio chiaro e unitario per salvare il Pianeta dal collasso sociale e ambientale.</h4>
<p>Contro-narrazione e convergenza.<br />
Sono queste le due parole chiave che potrebbero riassumere il messaggio dell’<em><strong><a href="https://sbilanciamoci.info/alleanza-clima-lavoro/" target="_blank" rel="noopener">Alleanza Clima Lavoro</a></strong></em> in occasione del Forum annuale di Sbilanciamoci! “<em><strong><a href="https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2024/09/Programma-Altra-Cernobbio-e-biografie-relatori.pdf" target="_blank" rel="noopener">L’Altra Cernobbio</a>”</strong></em>, organizzato tra Como e Cernobbio dal 6 all’8 settembre scorsi e intitolato <strong>“È l’unica che abbiamo. Fermiamo le guerre e il collasso sociale e ambientale”</strong> (tutti i materiali e i video delle sessioni del Forum sono disponibili <em><strong><a href="https://ecoinformazioni.com/" target="_blank" rel="noopener">qui</a></strong></em>).</p>
<p>Le riflessioni e le proposte per arrestare la crisi climatica e socioeconomica in atto sono state al centro, sabato 7 settembre presso lo Spazio Cinema Gloria di Como, della sessione <strong>“Tutt@ al lavoro per la giusta transizione”</strong> promossa dall’Alleanza Clima Lavoro.</p>
<p>Il dibattito si è sviluppato a partire dagli interrogativi come far avanzare, in una fase storica così drammatica e complessa come quella attuale, l’impegno per una giusta transizione ambientale e sociale? Quali leve giuridiche, economiche, politiche, culturali attivare per coniugare le ragioni del clima e del lavoro nel contesto di una transizione che non lasci indietro nessuno? E come evitare la trappola di una “via autoritaria alla transizione” calata dall’alto e priva di una piattaforma di ancoraggio fatta di consenso e alleanze sociali in grado di sostenerla, peraltro di fronte all’affermarsi di un senso comune ostile alimentato da una parte rilevante dei media <em>mainstream</em> e della politica?</p>
<p>Dal confronto tra le relatrici e i relatori che si sono susseguiti nel corso della sessione sono emersi forti elementi di condivisione.<br />
Non è possibile parlare di crisi climatica e ambientale senza riportare le sue cause alle fondamenta economiche, finanziarie e politiche su cui si regge l’ordine della globalizzazione neoliberista.<br />
Dal globale al locale, i cambiamenti climatici causati da un modello di produzione, scambio e consumo predatorio e ancora largamente dipendente dalle fonti fossili, basato sulla riproduzione delle diseguaglianze, sul sistematico sfruttamento delle risorse e delle persone e su un sistema di regole che antepone il profitto e la competizione al benessere e alla cooperazione, stanno mettendo a repentaglio la salute del Pianeta e di chi lo abita. L’aggravarsi delle condizioni climatiche ed eco-sistemiche, le guerre e l’aumento indiscriminato delle spese militari, le crescenti tensioni geopolitiche, sono tutti segnali di un ordine che sta implodendo sotto il peso delle sue stesse iniquità e contraddizioni. In questo scenario di “policrisi”, la transizione ecologica scivola in secondo piano, diventando bersaglio del fuoco incrociato – orientato dalle <em>lobbies</em> del fossile – tra <em>realpolitik</em> e speculazione elettorale, mentre si fa egemone in Italia e altrove la narrazione secondo cui essa rappresenti un “bagno di sangue” per le lavoratrici e i lavoratori.</p>
</section>
<section class="entry">
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<div class="stk-row stk-inner-blocks stk-block-content stk-button-group">
<h3 data-block-id="39125d3"></h3>
<div class="wp-block-stackable-button stk-block-button stk-block stk-39125d3" data-block-id="39125d3"><a href="https://sbilanciamoci.info/se-non-ora-quando-un-autunno-caldo-per-clima-e-lavoro/" target="_blank" rel="noopener"><em><strong>Clicca qui per continuare a leggere sul sito di Sbilanciamoci</strong></em></a></div>
<h3 data-block-id="39125d3"></h3>
</div>
</div>
</section>
<p><em><a class="stk-link stk-button stk--hover-effect-darken" href="https://www.youtube.com/watch?v=DzsqZ9dnids" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span class="stk-button__inner-text"><strong>Guarda qui il video integrale della sessione dell’Alleanza Clima Lavoro</strong></span></a></em></p>
<h3></h3>
<h3></h3>
<section class="entry">
<div class="wp-block-stackable-image stk-block-image has-text-align-center stk-block stk-3279f31" data-block-id="3279f31">
<figure><span class="stk-img-wrapper stk-image--shape-stretch"><img decoding="async" class="stk-img wp-image-39071" src="https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2024/09/1725967906643-scaled.jpg" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" srcset="https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2024/09/1725967906643-scaled.jpg 2560w, https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2024/09/1725967906643-300x226.jpg 300w, https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2024/09/1725967906643-1024x771.jpg 1024w, https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2024/09/1725967906643-768x578.jpg 768w, https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2024/09/1725967906643-1536x1157.jpg 1536w, https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2024/09/1725967906643-2048x1542.jpg 2048w" width="768" height="578" /></span><figcaption class="stk-img-figcaption">Da sinistra a destra: Monica Frassoni, Stefano Malorgio, Tina Balì, Anna Donati, Monica Di Sisto, Lorenzo Cresti, Enrico Giovannini</figcaption></figure>
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		<item>
		<title>La Conferenza sul clima di Dubai rischia di essere la “Cop del petrolio”</title>
		<link>https://rete-ries.it/soci/notizie-soci/la-conferenza-sul-clima-di-dubai-rischia-di-essere-la-cop-del-petrolio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simonetta Rinaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Oct 2023 21:51:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie dai media]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dai soci]]></category>
		<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
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					<description><![CDATA[Sul nuovo numero di ottobre di Altreconomia un articolo sui prossimi negoziati che si apriranno il 30 novembre negli Emirati Arabi Uniti. Una campagna chiede alle Nazioni Unite di riformare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sul nuovo numero di ottobre di Altreconomia un articolo sui prossimi negoziati che si apriranno il 30 novembre negli Emirati Arabi Uniti.</p>
<p>Una campagna chiede alle Nazioni Unite di riformare i criteri per la partecipazione, che oggi permettono ai rappresentanti dell’industria fossile di influenzare i lavori senza essere identificabili</p>
<p><a href="https://altreconomia.it/la-conferenza-sul-clima-di-dubai-rischia-di-essere-la-cop-del-petrolio/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Continua a leggere sul sito di Altreconomia</strong></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Clima Ambiente Energia e Salute</title>
		<link>https://rete-ries.it/evento/clima-ambiente-energia-e-salute/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[riesadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 May 2023 07:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[CRESER]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category>
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					<description><![CDATA[Il ciclo di seminari, promossi dal Forum dell&#8217;Economia Solidale, che ci hanno accompagnato in questo periodo giunge alla sua conclusione con questo evento. Ciò non significa che questa iniziativa sia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il ciclo di seminari, promossi dal Forum dell&#8217;Economia Solidale, che ci hanno accompagnato in questo periodo giunge alla sua conclusione con questo evento.</p>
<p>Ciò non significa che questa iniziativa sia meno importante delle altre, anzi è la degna conclusione di un ciclo virtuoso di seminari su tematiche attuali ed estremamente importanti e con il convegno del pomeriggio apre i lavori della linee progettuali del GLT Agricoltura, Sovranità Alimentare e Garanzia partecipata.</p>
<p>In quest&#8217;occasione, articolata in un seminario e un convegno, si parlerà della storia dei processi che hanno agito sui territori, sul clima, sulla salute e sulle risorse declinati anche nei loro effetti sul mondo dell&#8217;agroindustria.</p>
<p>In secondo luogo si analizzeranno le possibili soluzioni a queste crisi, focalizzandosi soprattutto sulle risposte virtuose, fornite dai territori, in termini di costituzione di reti sociali tra soggetti diversi e di proposte per una &#8220;gestione comunitaria&#8221; dei beni comuni di cui dobbiamo avere la massima cura e rispetto: terra, acqua e aria.</p>
<p>Non fatevi sfuggire quest&#8217;occasione ed <strong><a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdrJfTmwVNoKiCBe1W-DX8dS535tgLeWKgQpwEbs6pyu3iaUQ/viewform">iscrivetevi qui</a></strong>!</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La corsa del movimento per il clima</title>
		<link>https://rete-ries.it/soci/notizie-soci/la-corsa-del-movimento-per-il-clima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simonetta Rinaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Mar 2023 10:21:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie dai media]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dai soci]]></category>
		<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[movimento per il clima]]></category>
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					<description><![CDATA[L’urgenza del tema, la paura e la frustrazione, una precisa dimensione temporale: sono gli elementi che caratterizzano i nuovi attivisti climatici e che influenzano le loro strategie di azione. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’urgenza del tema, la paura e la frustrazione, una precisa dimensione temporale: sono gli elementi che caratterizzano i nuovi attivisti climatici e che influenzano le loro strategie di azione.<br />
Il movimento è un ecosistema di gruppi diversi impegnati a realizzare quel cambiamento che costringa i governi a prendere sul serio la crisi</em></p>
<p>Segnaliamo l&#8217;articolo di approfondimento della rivista Altreconomia:<br />
&#8220;<strong>La corsa contro il tempo del movimento per il clima. A marzo mobilitazioni chiave&#8221;</strong></p>
<p>Dopo un periodo di momentanea pausa dovuto alle restrizioni imposte dalla pandemia, gli attivisti climatici sono tornati in azione. A marzo sono previste due grandi manifestazioni di piazza a livello internazionale: i Fridays for future hanno lanciato lo sciopero globale per il clima il <em><a href="https://fridaysforfutureitalia.it/sciopero-globale-per-il-clima-il-3-marzo-la-nostra-rabbia-e-energia-rinnovabile/" target="_blank" rel="noopener">3 marzo</a></em>; mentre negli Stati Uniti gli attivisti di Third Act stanno organizzando per il 21 dello stesso mese <em><a href="https://thirdact.org/our-work/banking-on-our-future/" target="_blank" rel="noopener">una grande azione di protesta</a></em> contro le banche che finanziano le compagnie petrolifere. Ma già il 2022 è stato un anno molto attivo dal punto di vista delle azioni di protesta per il clima con le manifestazioni durante le conferenze delle Nazioni Unite, gli scioperi, i blocchi stradali e di aeroporti, gli attacchi (non dannosi) alle opere d’arte, le incursioni durante eventi pubblici, i <em>sit-in</em> e le occupazioni come quella recente avvenuta nel villaggio tedesco di <a href="https://altreconomia.it/cosi-lo-strapotere-della-rwe-blocca-la-transizione-ecologica-in-germania/" target="_blank" rel="noopener"><em>Lützerath</em></a><em>.</em></p>
<p>Dalle prime manifestazioni del 2018, il movimento è cresciuto molto a livello internazionale ed è riuscito ad attirare l’attenzione sia dei cittadini sia della politica, ma è ancora lontano dal realizzare il cambiamento cui aspira. Una delle principali domande che gli attivisti ancora si pongono rimane come creare un momento di azione collettiva e di cambiamento sociale per costringere i governi a prendere sul serio le loro richieste.</p>
<p>Le risposte a questa domanda variano perché variegato è l’ecosistema, come lo definiscono gli stessi attivisti, dei gruppi che compongono il movimento: nuovi e/o giovanissimi attivisti, ambientalisti e attivisti di lungo corso, insegnanti e genitori, ma anche scienziati e ricercatori. Questi compongono in diverso modo il gruppo più numeroso dei Fridays for future (Fff) oppure quelli più piccoli di Extinction rebellion (Xr), Ultima Generazione o Scientist rebellion, per citarne alcuni. Cambia non solo la composizione e il numero dei partecipanti, ma cambiano anche gli obiettivi e il <em>target</em> delle azioni di protesta.</p>
<p>Se i Fridays for future, e in parte Xr, dalla nascita hanno puntato a diventare movimenti di massa agendo per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi legati al clima, piccoli gruppi come Ultima Generazione seguono strategie diverse. Organizzare una marcia, uno sciopero globale, una manifestazione internazionale richiede un grande numero di persone, una rete di supporto e un certo livello di organizzazione.</p>
<p>I gruppi più piccoli, per compensare queste carenze, puntano su un tipo di azione diretta e disturbante più rischiosa a livello individuale, ma in grado di attirare l’attenzione dei media. Di qui le strategie di lanciare cibo su palazzi istituzionali e opere d’arte, bloccare strade e aeroporti. Queste proteste infastidiscono le persone, creano loro disagio e come conseguenza spesso provocano una perdita di supporto nei confronti dei manifestanti. Ma l’ampia popolarità spesso non è l’obiettivo di questi gruppi, quello che vogliono è evidenziare l’inerzia politica e costringere il governo ad agire. Anche per questo le loro campagne sono generalmente bene delimitate negli scopi: Ultima Generazione chiede lo stop a qualsiasi tipo di finanziamento alle fonti fossili, Scientist rebellion propone di mettere al bando l’uso di <em>jet</em> privati.</p>
<p>“Le nostre strategie partono da un’analisi dell’efficacia del movimento fino a oggi”, racconta ad <em>Altreconomia</em> Carlotta, aderente alla campagna di Ultima Generazione. “Le marce sono state utilissime e ancora servono a illuminare i temi legati ai cambiamenti climatici. Ma se milioni di persone che manifestano in strada non sono sufficienti per fare pressione politica sui leader, ci siamo chiesti, che cosa è necessario?”.</p>
<p>L’idea di compiere azioni dirette verso edifici o cose non arriva dal nulla. Xr, a cui si sono poi ispirati i gruppi più piccoli, dichiara apertamente di promuovere l’uso della protesta nonviolenta, facendo spesso riferimento a movimenti del passato che hanno messo in pratica azioni di protesta radicale: da Gandhi a Luther King, dalle Suffragette ai Freedom riders degli Stati Uniti. I riferimenti sono anche a lavori di ricerca, come quello della politologa statunitense <a href="https://www.ericachenoweth.com/research/wcrw" target="_blank" rel="noopener"><em>Erica Chenoweth</em></a><em>.</em> La sua ricerca ha analizzato centinaia di proteste non violente avvenute dal 1900 al 2006 in contesti governati da regimi autocratici e forze militari di occupazione. I risultati hanno mostrato che i movimenti nonviolenti con una partecipazione attiva di almeno il 3,5% della popolazione riescono a ottenere un serio cambiamento politico.</p>
<p>Gli attivisti climatici mantengono ancora viva la speranza, dice Giacomo Oxoli di Xr: “Non ci siamo arresi all’idea che le cose andranno per forza male e ormai è troppo tardi. Sentiamo la necessità di fare quello che facciamo in un’ottica di trasformazione culturale”.</p>
<p>La nuova ondata di attivismo climatico è unica per durata e capacità di mobilitazione, ma arriva dopo altri momenti importanti di lotte per il clima. Già negli anni Settanta e Ottanta il riscaldamento globale era diventato un’urgenza e aveva portato a grandi proteste a partire dagli anni Novanta. Ma la mobilitazione per il clima era stata intermittente, raggiungendo grande coinvolgimento in due momenti in particolare: al vertice delle Nazioni Unite del 2009 a Copenaghen, per la Cop15, e nel 2015 a Parigi, per la Cop21.</p>
<p>“Attorno al 2007-2010, la delusione verso l’apparato delle Nazioni Unite che non riusciva davvero a evitare la degradazione ambientale, ha portato i movimenti a cercare di ricucire lotte locali, come quelle degli indigeni, e le lotte internazionali del movimento di giustizia globale dei primi anni duemila, portando così a rafforzare l’emergente movimento per la giustizia climatica -spiega Louisa Parks, professoressa associata di Sociologia politica dell’Università degli studi di Trento-. I movimenti climatici di oggi credo che guardino a quella eredità. La forza e l’efficacia del nuovo movimento sta nella sua capacità di mobilitazione che viene dalla capacità di innovare, anche nelle forme di protesta”.</p>
<p><a href="https://altreconomia.it/la-corsa-contro-il-tempo-del-movimento-per-il-clima-a-marzo-mobilitazioni-chiave/" target="_blank" rel="noopener"><em><strong>Continua a leggere sul sito di Altreconomia</strong></em></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Sciopero Globale per il Clima</title>
		<link>https://rete-ries.it/evento/sciopero-globale-per-il-clima/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Simonetta Rinaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Mar 2023 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[FFF]]></category>
		<category><![CDATA[FridaysForFuture]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia climatica]]></category>
		<category><![CDATA[Sciopero]]></category>
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					<description><![CDATA[Fridays For Future invita a partecipare allo Sciopero Globale per il Clima. Siamo consapevol3, tutte e tutti, che la strada è ancora lunga, in salita e c’è tanto da lavorare. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Fridays For Future invita a partecipare allo Sciopero Globale per il Clima.</p>
<blockquote><p><em>Siamo consapevol3, tutte e tutti, che la strada è ancora lunga, in salita e c’è tanto da lavorare. Ma noi siamo pronti. Perché camminiamo assieme a tante altre realtà ed esperienze d’Italia con cui condividiamo sogni e lotte, amore e obiettivi. Non siamo l’unione di singoli, siamo una comunità di persone: decine e decine di persone, migliaia in tutta Italia lavorano nei propri gruppi locali. Ma sebbene la nostra forza sia composta da così tante individualità, pensieri e ideali, riusciamo a essere comunità rinnovata e rinnovabile. Perché al di fuori della collettività c’è solo mitomania o ricerca di consensi.</em><br />
<em>Abbiamo ben chiaro cosa c’è da fare e lo abbiamo steso con inchiostro e rabbia. Siamo determinat3 a cambiare le sorti di questo paese con nuovi strumenti di partecipazione e di attivazione. Per questo, riusciamo a essere una collettività rinnovabile e solidale. Siamo le speranze, siamo i sogni. Siamo la frontiera di una nuova comunità, grazie a tutti i dati che la scienza ci ha messo in mano e che decliniamo città per città, nazione per nazione.</em></p></blockquote>
<p>Leggi tutte le motivazioni e <strong>trova la piazza più vicina a te</strong> cercando su Instagram e Facebook la pagina di “Fridays For Future + Nome Città” oppure vai a questo link (in continuo aggiornamento):</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="N2mdbFOTXl"><p><a href="https://fridaysforfutureitalia.it/sciopero-globale-per-il-clima-il-3-marzo-le-motivazioni-e-le-piazze/">Sciopero Globale per il Clima il 3 Marzo. Le motivazioni e le piazze</a></p></blockquote>
<p><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Sciopero Globale per il Clima il 3 Marzo. Le motivazioni e le piazze&#8221; &#8212; Fridays For Future Italia" src="https://fridaysforfutureitalia.it/sciopero-globale-per-il-clima-il-3-marzo-le-motivazioni-e-le-piazze/embed/#?secret=eDNgXngLRB#?secret=N2mdbFOTXl" data-secret="N2mdbFOTXl" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>Il balletto della Cop27</title>
		<link>https://rete-ries.it/soci/notizie-soci/il-balletto-della-cop27/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simonetta Rinaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2022 23:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie dai media]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dai soci]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[COP27]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia climatica]]></category>
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					<description><![CDATA[Un segnale che promette un passo avanti per la giustizia climatica, due passi indietro sul taglio delle emissioni. Si prende atto dei severi sintomi della malattia, ma si rifiuta di rimuoverne le cause: due settimane per decidere che in pratica per ora si può fare ben poco]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="et_pb_section et_pb_section_0 et_section_regular" >
				
				
				
				
				
				
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<p>Dopo febbrili negoziazioni continuate fino alla tarda notte di sabato, all’alba di<span> </span><strong>domenica 20 novembre</strong>, con le ormai consuete 36 ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia, la <strong>Cop27 </strong>ha <a href="https://unfccc.int/sites/default/files/resource/cp2022_L19_adv.pdf">licenziato</a> l’attesa<strong><span> </span>Cover Decision</strong>, lo “<em>Sharm el-Sheikh Implementation Plan</em>”.</p>
<p>Ad accoglierla, la<span> </span><strong>delusione di Frans Timmermans</strong>, vicepresidente della Commissione europea, che ha definito l’accordo raggiunto “<em>non sufficiente</em>”, aggiungendo che “<em>troppi paesi non sono pronti a fare  progressi nella lotta contro la crisi climatica</em>“. Dello stesso segno le parole del<span> </span><strong>segretario generale delle Nazioni Unite</strong><span> </span><strong>Antonio Guterres</strong>, che ha commentato: “<em>Il nostro pianeta è ancora nella sala emergenze del pronto soccorso. Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, e questo è un tema che questa Cop non ha affrontato. Il mondo ha ancora bisogno di un gigantesco salto di qualità per quanto riguarda le ambizioni climatiche.</em>”</p>
<p>Parole chiare che, dopo aver riconosciuto i passi avanti fatti dalla Cop27 su alcuni temi, come sul<span> </span><strong>meccanismo Loss&amp;Damage</strong>, rimettono al centro un dato che non si può trascurare: l’inadeguatezza di quanto deciso rispetto al primo imperativo cui rispondere, che è il<span> </span><strong>repentino e radicale taglio delle emissioni</strong><span> </span>di gas e effetto serra.</p>
<p>Tra i <strong>passi avanti</strong> delal Cop27 c&#8217;è, appunto, l’accordo sulla creazione di un fondo per il Loss&amp;Damage, ovvero per<span> </span><strong>risarcire perdite e danni</strong><span> </span>prodotti dai cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo è la principale<span> </span><strong>novità che esce dalla Cop27</strong>.</p>
<p>Ci sono stati dei &#8220;<strong>passi sul posto</strong>&#8220;: a un certo punto delle negoziazioni si è temuto che per approvare il documento finale venisse sacrificato (ovvero tolto dal testo) il<span> </span><strong>riferimento all’obiettivo dei 1,5°C</strong>. Nella versione definitiva invece, come in realtà nelle ultime bozze circolate, il riferimento è tornato. E per fortuna:<span> </span><strong>tornare indietro sull’obiettivo</strong><span> </span>di contenimento, inserito anche nella Cover Decision della<span> </span><a href="https://economiacircolare.com/speciale-cop26/"><strong>Cop26 di Glasgow</strong></a>, avrebbe significato compiere un allarmante, ulteriore passo indietro sul fronte della mitigazione.</p>
<p>Mentre la maggiore delusione, cioè i <strong>passi indietro, </strong>riguarda il fronte del<span> </span><strong>contrasto all’emergenza climatica</strong>. In altre parole, mancano misure per ridurne la causa principale: la combustione di<span> </span><strong>fonti energetiche fossili</strong>.</p>
<p>La verità dei fatti, ribadita dalle<span> </span><strong>evidenze contenute nei report</strong><span> </span>presentati poco prima o durante la Cop è che gli impegni attualmente in campo sono nettamente <strong>insufficienti a contenere le temperature </strong>entro i livelli previsti dall’Accordo di Parigi e che le concentrazioni di Co2 in atmosfera, come pure le emissioni globali, continuano a crescere anno dopo anno. Per questo, rivedere le ambizioni al rialzo<strong><span> </span>non è rimandabile</strong>. Elemento che il documento finale della Cop27 ha eluso del tutto.</p>
<p>Nella decisione finale, la sezione sulla mitigazione, che reitera un<span> </span><strong>generico, rituale invito a ridurre i gas serra</strong>, ribadisce l’obiettivo (minimo) di tagliare del 43% le emissioni globali entro il 2030 sui livelli del 2019. Tuttavia cita soltanto<span> </span><em>en passant,</em><span> </span>tra gli sforzi da accelerare, la riduzione graduale del carbone e l’eliminazione sempre graduale degli “<em>inefficienti”</em><span> </span><strong>sussidi ai combustibili fossili</strong>.</p>
<p>Allo stesso tempo, i<span> </span><strong>tre scarni punti dedicati all’energia</strong> fanno riferimento per ben due volte al potenziamento delle<span> </span><strong>energie rinnovabili</strong><span> </span>e “<em>a basse emissioni</em>”. Anche quest’ultima espressione, lungi dall’essere una buona notizia è da leggere, secondo gli analisti, come una<span> </span><strong>moratoria di fatto sullo sfruttamento del gas</strong>. Sulle rinnovabili inoltre mancano ancora una volta riferimenti temporali e obiettivi quantitativi.</p>
<p>Tutto il tema della mitigazione è dunque<span> </span><strong>ai margini dell’accordo</strong>, trattato nel testo finale con affermazioni vaghe e generiche. Tra le previsioni su cui si è raggiunto consenso manca ogni riferimento al raggiungimento del<span> </span><strong>picco emissivo entro il 2025</strong>, come la necessità di ridurre gradualmente l’utilizzo di fonti fossili o l’indicazione di una road map per il<span> </span><em>phase out</em><span> </span>della più inquinante tra queste ultime: il carbone.</p>
<p><strong>L’Egitto ha giocato un ruolo non irrilevante</strong><span> </span>in tal senso. Essendo paese ospitante che, come di prassi, ha presieduto e dettato l’agenda delle giornate di lavoro. Il<span> </span><strong>conflitto di interessi</strong><span> </span>di un paese legato a doppio filo allo sfruttamento del gas, che ha fatto squadra con gli altri paesi produttori di petrolio e gas, ha fatto la differenza sul risultato finale.</p>
<p><a href="https://comune-info.net/il-balletto-della-cop27/" target="_blank" rel="noopener"><strong>&gt;&gt;Leggi tutto l&#8217;articolo di Marica Di Pierri sul sito di Comune-Info</strong></a><br />(Articolo pubblicato sul blog <a href="https://economiacircolare.com/">economiacircolare.com)</a></p>
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		<title>Imbrattiamo il Pianeta ma nessuno s’indigna</title>
		<link>https://rete-ries.it/dai-territori/imbrattiamo-il-pianeta-ma-nessuno-sindigna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simonetta Rinaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2022 21:21:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dai Territori]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dai media]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia climatica]]></category>
		<category><![CDATA[InfoSOStenibile]]></category>
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					<description><![CDATA[Non c’è un vetro di protezione ad arginare i danni che stiamo infliggendo alla nostra Terra e casa. I segnali, le evidenze e le concrete conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti. Eppure non si fanno scelte serie per contrastare chi rovina il nostro Pianeta provocando una crisi climatica e ambientale senza precedenti: tante discussioni, pochissime decisioni, mai risolutive. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="et_pb_section et_pb_section_1 et_section_regular" >
				
				
				
				
				
				
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<h4>Dalla reazione alla riflessione, il passo è lungo.<br />Eppure stiamo rovinando un’opera dal valore inestimabile</h4>
<p>E&#8217; facile indignarsi per un gesto radicale, seppur non violento, che ha portato a imbrattare in quasi tutti i casi solamente i vetri protettivi delle opere d’arte. Anzi: è sicuramente comprensibile e condivisibile il risentimento spontaneo che sovviene alla vista di opere d’arte all’apparenza rovinate irreparabilmente. Che c’entrano questi emblemi universali di cultura e sensibilità artistica con l’emergenza climatica e ambientale del Pianeta?</p>
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<p><span>Sembrerebbe poco o nulla. Ma se la </span><em>reazione</em><span> immediata è di sorpreso sconcerto per lo stridore di due ambiti apparentemente scollegati, la </span><em>riflessione</em><span> successiva dovrebbe essere meno semplicistica che concludere di non condividere i metodi. La reazione di gran parte dell’opinione pubblica era di certo prevista dai giovani attivisti di “ultima generazione”, i quali già dal nome dimostrano di avere chiara l’urgenza di fondo di una questione ambientale planetaria che, per quanto inesorabile, è troppo lenta nel suo esplicarsi per provocare reazioni concrete nelle politiche pubbliche o nello scardinare le abitudini della gente. Tutti siamo interessati solo a quello che ci tocca da vicino, qui e ora, tra un anno o due al massimo.</span></p>
<p><span>Eppure tutti sappiamo che stiamo consumando più risorse di quanto la Terra sia in grado di rigenerare, provocando cambiamenti climatici e ambientali che mettono in serio rischio non solo la qualità di vita, ma la sopravvivenza stessa della specie umana. Siamo abituati ad un livello di benessere e di comodità che tutti fatichiamo a limitare, frutto di modalità di consumo di beni, di servizi e di energia, che pensiamo sempre disponibili. L’attuale crisi energetica è l’ennesima evidenza che il sistema non funziona in questo modo, tuttavia, un cambiamento serio dei nostri stili di vita o nelle politiche di decarbonizzazione dell’economia resta nei fatti improponibile.</span></p>
<p><a href="https://infosostenibile.it/notizia/imbrattiamo-il-pianeta-ma-nessuno-s-indigna" target="_blank" rel="noopener"><strong>Continua a leggere sul sito della testata InfoSOStenibile</strong></a></p>
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		<title>Cop27: l’urgenza di far fronte a danni e perdite dovuti ai cambiamenti climatici</title>
		<link>https://rete-ries.it/soci/notizie-soci/cop27-lurgenza-di-far-fronte-a-danni-e-perdite-dovuti-ai-cambiamenti-climatici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simonetta Rinaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Nov 2022 16:11:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie dai media]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dai soci]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[COP27]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia climatica]]></category>
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					<description><![CDATA[Eventi meteorologici estremi nei Paesi a basso redditoIl tema sarà al centro della prossima conferenza delle Nazioni Unite che si terrà in Egitto dal 6 al 18 novembre]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="et_pb_section et_pb_section_2 et_section_regular" >
				
				
				
				
				
				
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				<div class="et_pb_text_inner"><p class="post-title"><em>In questo articolo di <a href="https://altreconomia.it" target="_blank" rel="noopener">Altreconomia</a> si parla di giustizia climatica: ogni anno dal 1991 circa 189 milioni di persone sono state colpite da eventi meteorologici estremi nei Paesi a basso reddito. Conseguenze diffuse che richiedono risorse finanziarie specifiche. Ma i Paesi ricchi resistono. Il tema sarà al centro della prossima conferenza delle Nazioni Unite che si terrà in Egitto dal 6 al 18 novembre.</em></p>
<p class="post-title">Ondate di calore, precipitazioni intense, siccità e cicloni tropicali si stanno già verificando in tutto il mondo. L’aumento della temperatura superficiale globale di <a href="https://ipccitalia.cmcc.it/messaggi-chiave-ar6-wg1/">circa 1,1 °C</a> (rispetto al periodo 1850-1900) ha reso alcuni gravi impatti dei cambiamenti climatici ormai inevitabili, potenzialmente distruttivi per le vite e i mezzi di sussistenza della popolazione mondiale e maggiormente per quelle del “Sud globale”.</p>
<div class="the-excerpt">
<p><span>Per questo motivo sta crescendo il dibattito su come fare fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici che sono già in atto, e ci si aspetta che l’argomento sarà al centro della prossima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (</span><a href="https://cop27.eg/#/"><span>Cop27</span></a><span>), che si terrà in Egitto </span><a href="https://unfccc.int/cop27"><span>dal 6 al 18 novembre</span></a><span>.</span></p>
<p><span>Nel corso di più di un trentennio di negoziati sul clima, i cosiddetti Paesi in via di sviluppo hanno più volte sollevato il problema dei danni e delle perdite (in inglese </span><i><span>loss and damage</span></i><span>) provocati dai cambiamenti climatici. Secondo l’ultimo </span><a href="https://www.lossanddamagecollaboration.org/publication/cost-of-delay-why-finance-to-address-loss-and-damage-must-be-agreed-at-cop27"><span>report</span></a><span> della rete “Loss and damage collaboration”, che mette insieme professionisti, ricercatori e attivisti che fanno parte di organizzazioni e istituzioni internazionali, ogni anno dal 1991 circa 189 milioni di persone sono state colpite da eventi meteorologici estremi in quei Paesi. </span></p>
<p><span>“Siamo entrati ormai nell’era degli impatti dei cambiamenti climatici”, spiega ad <em>Altreconomia</em> Saleemul Huq, direttore del Centro internazionale per il cambiamento climatico e lo sviluppo (</span><a href="https://www.icccad.net/"><span>Icccad</span></a><span>) e tra i primi e più esperti ricercatori sul tema. “Sempre più eventi meteorologici estremi si verificheranno e avremo come conseguenza molti danni e perdite economiche che richiedono risorse finanziarie specifiche per affrontarli”. Le risorse finora destinate ai Paesi in via di sviluppo, e </span><a href="https://www.nature.com/articles/d41586-021-02846-3"><span>non ancora del tutto fornite</span></a><span>, sono pensate per finanziare attività di mitigazione e adattamento, quindi per incentivare uno sviluppo a basse emissioni, per esempio attraverso energie rinnovabili, e per potenziare le infrastrutture e costruire difese contro gli eventi estremi. “Con l’Accordo di Parigi il tema del </span><i><span>loss and damage</span></i><span> ha ricevuto finalmente riconoscimento politico. All’</span><a href="https://unfccc.int/files/adaptation/groups_committees/loss_and_damage_executive_committee/application/pdf/ref_8_decision_xcp.21.pdf"><span>articolo 8</span></a><span>, si riconosce l’importanza di prevenire (<em>averting</em>), limitare (<em>minimizing</em>) e fronteggiare (<em>addressing</em>) le conseguenze dei cambiamenti climatici. Per i Paesi in via di sviluppo i fondi destinati alla mitigazione e all’adattamento si occupano di prevenire e limitare, mancano risorse per far fronte agli impatti, quindi per </span><i><span>loss and damage.</span></i><span> Questi Paesi chiedono uno strumento finanziario specifico che si occupi di questo”, spiega Elisa Calliari, ricercatrice associata del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc). </span></p>
<p><span>Con l’espressione </span><i><span>loss and damage</span></i><span> si fa riferimento a un’ampia gamma di impatti dei cambiamenti climatici. Alcuni possono essere quantificati in termini economici, come i danni alle infrastrutture, alla salute delle persone, le perdite di produzione agricola; altri sono definiti “perdite non economiche” e comprendono la perdita di biodiversità, di territorio a causa dell’innalzamento del livello del mare, di patrimonio culturale, di conoscenze indigene, oltre alla questione emergente della migrazione umana indotta dal clima. La richiesta dei Paesi a basso reddito è quella di considerare anche economicamente </span><i><span>loss and damage</span></i><span> come qualcosa di separato e aggiuntivo, il terzo pilastro della politica climatica internazionale accanto alla mitigazione e all’adattamento. Una posizione contestata dai Paesi ad alto reddito invece: “Per questo gruppo di Paesi non si tratta di costruire strutture nuove ma di catalizzare quelle esistenti verso questi bisogni specifici e impegnarsi ad aumentare le risorse economiche dedicate poiché si riconosce la necessità di gestire situazioni di emergenza o di sviluppare azioni che possano preservare la memoria di patrimoni culturali, ambientali e territoriali che scompariranno”, continua Calliari. Questa opposizione è anche eredità di una lunga battaglia combattuta da parte dei Paesi in via di sviluppo per il riconoscimento formale della responsabilità dei Paesi industrializzati di questi danni e perdite. Oggi i Paesi vulnerabili non chiedono risarcimenti dai responsabili ma che sull’azione climatica si rispetti il principio della “responsabilità comune ma distinta”, in base alle diverse capacità, stabilito dalla Convenzione, secondo il quale i Paesi sviluppati devono fornire risorse finanziarie per assistere i Paesi in via di sviluppo nell’attuazione degli obiettivi sul clima.</span></p>
<p><span>“La richiesta dei Paesi vulnerabili alla Cop27 è quella di un accordo sulla creazione di un fondo di finanziamento specifico su </span><i><span>loss and damage</span></i><span> che sia la base per cominciare le negoziazioni sulla sua progettazione e il suo funzionamento”, riprende Huq. Diverse proposte hanno identificato alcune delle caratteristiche fondamentali che il fondo dovrebbe avere, dalla prospettiva dei Paesi vulnerabili. La più recente è </span><a href="https://www.aosis.org/media-briefing-note-on-the-loss-and-damage-response-fund/"><span>quella</span></a><span> dell’Alleanza dei piccoli Stati insulari (Aosis). Considerata l’ampiezza delle circostanze di cui si occuperebbe -dagli eventi meteorologici estremi a quelli a insorgenza lenta, dalle perdite e danni economici a quelli non economici- lo strumento dovrebbe essere flessibile, composto di misure stratificate, in modo da poter fornire un sostegno su misura. Tempestivo, nel caso delle emergenze, e su base programmatica per quel che riguarda gli eventi a lenta insorgenza, prevedendo l’accesso diretto al fondo e superando così l’impostazione a progetto che prevede lunghi tempi di attuazione. Maggiore considerazione inoltre dovrebbe essere data alle comunità locali e alle popolazioni indigene cui dovrebbero essere destinati i finanziamenti. “Un ulteriore punto su cui si spinge – afferma Calliari – è che il meccanismo ricada sotto la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc) e non sotto un organismo esterno, come garanzia di un formale impegno collettivo a raggiungere una somma concordata e di un processo di attuazione più trasparente”. </span></p>
<p><span>Manca ancora un approccio sistematico per la classificazione di </span><i><span>loss and damage</span></i><span>, per questo è anche difficile monitorare le </span><a href="https://www.wri.org/insights/current-state-play-financing-loss-and-damage"><span>fonti di finanziamento</span></a><span> mobilitate fino ad oggi. Alcuni Paesi si sono recentemente mossi in autonomia, dichiarando obiettivi individuali di finanziamento per questo tipo di eventi: </span><a href="https://www.gov.scot/publications/scottish-government-cop26-achieved/pages/15/"><span>Scozia</span></a><span>, Vallonia (Belgio), </span><a href="https://www.theguardian.com/environment/2022/sep/21/denmark-offers-loss-and-damage-for-climate-breakdown-as-protests-gather-pace"><span>Danimarca</span></a><span>. A questi si aggiunge la proposta del </span><a href="https://www.bmz.de/resource/blob/122148/dd6e2de2c73cc601344b1461cf62042b/global-shield-information-note-v20-g7-data.pdf"><span>Global Shield</span></a><span>, iniziativa dei Paesi del G7 (promossa soprattutto dalla Germania) articolata in collaborazione con il gruppo dei Paesi vulnerabili V20. I dettagli non sono ancora disponibili, la sua presentazione è prevista proprio durante la Conferenza in Egitto, ma prevede un approccio su misura, basato sulle esigenze e sui singoli Paesi, all’interno del quale ci sarà spazio anche per forme di copertura di tipo assicurativo. </span></p>
<p><span>“Non sono contrario a prescindere a sistemi che utilizzino le assicurazioni -dice Huq-. Bisogna però tenere presente che questo sistema non può essere adottato ovunque. Se un Paese povero non può pagare i premi assicurativi, chi li paga? Se spetta ai Paesi ricchi, perché allora non fornire quei soldi direttamente ai Paesi vulnerabili? Inoltre, con l’aumento di eventi devastanti, mi domando quanto le assicurazioni saranno in grado di coprire i danni. Le assicurazioni possono essere uno strumento solo se pensato all’interno di una rosa con diversi altri. Siamo disponibili a discuterli, ma all’interno della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici”.</span></p>
<p><em>Giovanna Borrelli</em></p>
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		<title>Il peso degli eserciti e delle spese militari sulla crisi climatica</title>
		<link>https://rete-ries.it/soci/notizie-soci/il-peso-degli-eserciti-e-delle-spese-militari-sulla-crisi-climatica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simonetta Rinaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Nov 2022 15:59:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie dai media]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dai soci]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[spese militari]]></category>
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					<description><![CDATA[Il comparto militare è tra i principali responsabili a livello globale delle emissioni climalteranti e continua ad aumentare i budget peggiorando la situazione, invece di ridurre il numero di basi e di mezzi.]]></description>
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<div class="the-excerpt">
<p><em>Riportiamo un articolo di <strong><a href="https://altreconomia.it/" target="_blank" rel="noopener">Altreconomia</a></strong>  che illustra che il comparto militare è tra i principali responsabili a livello globale delle emissioni climalteranti ma non sta facendo nulla per ridurre il proprio impatto. Al contrario l’aumento dei budget non farà altro che peggiorare la situazione, quando invece servirebbe ridurre il numero di basi e di mezzi, come spiega Nick Buxton di Tni.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>I cambiamenti climatici alimentano conflitti e insicurezza? La risposta di Nick Buxton, ricercatore del <a href="https://www.tni.org/en" target="_blank" rel="noopener">Transnational Institute</a> (Tni), va in una direzione inaspettata: “Eventi come siccità, inondazioni o l’aumento del livello del mare sicuramente portano insicurezza nella vita delle popolazioni che perdono le proprie abitazioni o i mezzi di sussistenza -spiega-. Ma le prove emerse fino ad ora ci dicono che i cambiamenti climatici non causano conflitti: il fattore scatenante sono le modalità con cui i sistemi politici ed economici rispondono al <em>climate change</em>. Non si tratta perciò del meteo ma della politica”.</p>
<p>Uno degli esempi maggiormente citati quando si analizza il rapporto tra guerra e clima è l’avvio della rivoluzione in Siria nel 2011. Diversi ricercatori hanno infatti indicato la grave siccità registrata negli anni precedenti come uno dei fattori scatenanti delle manifestazioni poi sfociate nella guerra civile. “Ma quando si è studiato più attentamente il fenomeno, concentrandosi in particolare sui gruppi di popolazione che dalle zone rurali si erano trasferiti nelle città, è emerso che questi non erano particolarmente coinvolti nella rivolta”, osserva Buxton. A fare la differenza, sottolinea, è stata la risposta del presidente siriano Bashar al-Assad alle proteste oltre al ruolo svolto da potenze regionali (Iran e Arabia Saudita) e globali (Russia e Stati Uniti). “In altre parole, lo scatenarsi o meno di un conflitto dipende dal modo in cui i sistemi politici rispondono alle crisi climatiche: se la popolazione ritiene che questa risposta non sia adeguata ci può essere una resistenza. Però può anche succedere qualcosa di radicalmente diverso: nel bacino del fiume Ping in Thailandia, ad esempio, le popolazioni che devono fronteggiare la scarsità d’acqua sono state in grado di ridurre i conflitti tra loro perché consapevoli di condividere un fiume e di avere un problema in comune”.</p>
<p><strong>Negli ultimi anni si è diffusa una narrazione secondo cui i cambiamenti climatici causeranno scarsità di risorse, alimentando così i conflitti. Di conseguenza, in diversi Paesi si enfatizza l’esigenza di avere forze armate pronte a rispondere. Da dove nasce questa narrativa?<br />
</strong><strong>NB </strong>Uno dei problemi sta nel fatto che “sicurezza” è un termine ambiguo che si presta a interpretazioni difformi. Quando le persone comuni usano questa parola pensano al lavoro, alla protezione della propria famiglia, alla casa. Ma quando finisce in bocca agli apparati militari significa difesa dei confini nazionali, supporto alle proprie aziende, alle catene di approvvigionamento e garanzia di profitti. I cambiamenti climatici causano insicurezza per le persone che possono perdere le proprie case ma questo non si traduce necessariamente in una minaccia per la sicurezza nazionale. Ed è qui che è avvenuta la strumentalizzazione: l’insicurezza delle persone è stata trasformata in una questione di sicurezza nazionale per giustificare interventi militari e per aumentare così i <em>budget</em> di spesa.</p>
<p><script async="" src="https://revive.altreconomia.it/www/delivery/asyncjs.php"></script><br />
<strong>A che cosa si riferiscono gli apparati militari quando parlano di “sicurezza climatica”?<br />
</strong><strong>NB </strong>Il termine compare nel 2003 in un documento prodotto per il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti da un ex dirigente della multinazionale fossile Shell e analista militare in cui vengono elencate le minacce alla sicurezza nazionale derivanti dal cambiamento climatico, che viene indicato come un moltiplicatore di minacce (ad esempio il terrorismo) e che porterà a un aumento dell’insicurezza a fronte della quale le forze armate e le agenzie di sicurezza nazionale devono essere pronte e dotate di mezzi adeguati. Questa è diventata una narrazione dominante in molti Paesi ricchi.</p>
<p><strong>Gli eserciti hanno un impatto sulla crisi climatica?<br />
</strong><strong>NB</strong> Sono tra i principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti: sebbene sia molto difficile avere dati precisi a causa della scarsa trasparenza del settore si stima che pesi per circa il 5,5% a livello globale. Se pensiamo che l’aviazione rappresenta il 2% è evidente che siamo di fronte a un tema che non possiamo più ignorare. Non dobbiamo poi dimenticare che le spese militari stanno aumentando a dismisura e con l’aumento dei <em>budget</em> cresce anche la quota di CO<sub>2</sub> rilasciata in atmosfera. Al momento gli apparati militari sono parte del problema della crisi climatica e per di più stanno andando nella direzione sbagliata.</p>
<p><strong>Recentemente la Nato e l’esercito degli Stati Uniti hanno presentato piani d’azione per la sicurezza climatica o l’impegno a ridurre le proprie emissioni. Come li valuta?<br />
</strong><strong>NB</strong> Si tratta di documenti piuttosto vaghi e limitati alle azioni più semplici che è possibile intraprendere, ad esempio l’installazione di pannelli solari nelle basi militari. Quello di cui non si parla in questi documenti è il fatto che il 75% delle emissioni del settore militare viene dagli aerei a reazione, dalla propulsione delle grandi navi della marina e dai veicoli di terra. E per questo settore non c’è una soluzione, anche l’utilizzo di carburanti cosiddetti alternativi o “bio-carburanti” presenta numerose criticità. Quello che avrebbe senso, invece, è ridurre le basi militari o il numero di <em>jet</em>. Pensiamo agli ultimi modelli di F35, uno dei principali caccia statunitensi: consumano almeno il 50% di carburante in più rispetto a quelli precedenti e questi velivoli hanno una durata di vita di almeno trent’anni, avremo quindi consumi più elevati di combustibili fossili proprio nello stesso arco di tempo in cui dovremmo agire con maggior forza per ridurre le emissioni. In conclusione, questi obiettivi non sono affatto credibili, perché per esserlo bisognerebbe ridurre le infrastrutture militari e le attrezzature militari. E questo è qualcosa che gli apparati di “sicurezza” attualmente non sono affatto disposti a fare.</p>
<p><strong>I cambiamenti climatici determinano anche l’aumento dei flussi migratori. Quale ruolo hanno gli eserciti e gli apparati militari in questo ambito?<br />
</strong><strong>NB </strong>Il tema delle migrazioni occupa ampio spazio nei piani per la sicurezza climatica di cui abbiamo parlato: l’idea è che gli effetti del cambiamento climatico causeranno conflitti e di conseguenza spostamenti di massa dall’Africa verso l’Europa, ignorando il fatto che i migranti forzati restano in larga parte all’interno dei propri Paesi o si dirigono verso gli Stati limitrofi e solo in minima parte verso la sponda opposta del Mediterraneo. Tuttavia la risposta che danno non è garantire supporto alle persone sfollate, ma militarizzare le frontiere: le vittime del cambiamento climatico diventano minacce (o “attacchi ibridi”, <em>ndr</em>) alla stabilità dei Paesi ricchi.</p>
<p><strong>Quali sono le risposte che vengono messe in atto?<br />
</strong><strong>NB</strong> Diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno aumentato la spesa per la polizia di frontiera, per i mezzi di sorveglianza e per sostenere i regimi autoritari dell’Africa del Nord, dalla Libia all’Egitto, cui è stato fornito addestramento militare e di polizia, supporto alle guardie di frontiera, sistemi biometrici e imbarcazioni per il pattugliamento del Mediterraneo. Il rapporto “<a href="https://www.tni.org/en/publication/global-climate-wall" target="_blank" rel="noopener">The global climate wall</a>” che Tni ha pubblicato lo scorso anno evidenzia come i Paesi più ricchi spendano, in media, due volte e mezzo in più per la militarizzazione delle frontiere rispetto agli investimenti per il contrasto al cambiamento climatico. E nel caso degli Stati Uniti il rapporto è di 11 volte. Tra pochi giorni inizierà la Cop27 a Sharm el-Sheikh in Egitto e di nuovo si apriranno enormi dibattiti su dove trovare i finanziamenti per affrontare la crisi climatica. La nostra risposta è chiara: stiamo spendendo enormi quantità di denaro per mantenere e potenziare gli apparati militari e di sicurezza, mentre dovremmo usare quei soldi per affrontare le cause del cambiamento climatico.</p>
<p><em>Ilaria Sesana</em></p>
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