In occasione della Giornata Nazionale dell’Agricoltura, quest’anno celebrata il 9 novembre, il WWF ha presentato il rapporto “La fastidiosa Xylella”, un’analisi approfondita che fa il punto a oltre dodici anni dall’inizio dell’emergenza in Puglia. Il documento valuta le scelte compiute dall’Unione europea, dal Ministero dell’Agricoltura, dalla Regione Puglia e dalle principali associazioni agricole nel tentativo di contenere il batterio.

Emerge il ritratto di un’agricoltura che da un lato vede gli agricoltori custodi del paesaggio e degli agroecosistemi, mentre dall’altro è caratterizzata da un sistema corporativo segnato da alleanze strumentali tra alcune associazioni di categoria, imprenditori agricoli, decisori politici e una parte del mondo accademico e della ricerca.

Il caso del batterio Xylella rappresenta un esempio emblematico dei limiti della ricerca agronomica nel nostro Paese e dei pregiudizi ancora diffusi nei confronti dell’agroecologia. Il contrasto al grave problema che ha interessato gli ulivi, infatti, è avvenuto essenzialmente con l’abbattimento massivo degli ulivi infetti, privilegiando la logica dell’eradicazione forzata e svalutando i tentativi di trattare gli ulivi con metodi agroecologici.

Il risultato è stato la distruzione e l’abbandono di centinaia di ettari di oliveti. Solo alcuni agricoltori coraggiosi e disobbedienti hanno scelto di sperimentare approcci agroecologici e, grazie alla loro tenacia, oggi si osserva la ripresa vegetativa di ulivi un tempo considerati irrimediabilmente infetti, tornati a produrre un olio di alta qualità: una prova concreta dell’esistenza di alternative agroecologiche per contenere la Xylella attraverso la cura e il ripristino degli agroecosistemi.

La strategia degli abbattimenti ha inoltre generato flussi finanziari stimati in oltre 600 milioni di euro, alimentando speculazioni e conflitti di interesse legati alla sostituzione degli ulivi monumentali con impianti intensivi e superintensivi di varietà di ulivi (cultivar) brevettate ritenute più resistenti alla Xylella. Questo processo ha portato anche alla demolizione della normativa di tutela del paesaggio storico degli ulivi millenari e alla perdita di un patrimonio culturale e naturale unico, frutto dell’incapacità di immaginare un modello agricolo diverso, in cui l’agricoltore sia davvero custode dell’ambiente.

I dati dell’ultimo rapporto dell’Agenzia europea per l’Ambiente (ottobre 2024) confermano la gravità della situazione: l’agricoltura intensiva rimane la principale causa di perdita di biodiversità in Europa e in Italia, con l’80% degli habitat protetti in cattivo stato di conservazione, il 60-70% dei suoli degradati e un uso delle risorse naturali pari a 1,5 volte la capacità del pianeta di rigenerarle.

Questi numeri impongono una riflessione urgente sulle pratiche agricole dominanti e sulle scelte delle filiere agroalimentari. È tempo di abbandonare il modello di produzione agricola intensivo: serve un cambio di paradigma che metta al centro gli agricoltori come veri custodi dell’ambiente, valorizzando le pratiche che rigenerano il suolo, preservano l’acqua, proteggono gli habitat naturali e mantengono viva la ricchezza genetica e culturale dei paesaggi italiani.

Clicca qui per leggere l’articolo sul sito del WWF e scaricare il report “La fastidiosa Xylella”