Un inchiesta di Altreconomia ci accompagna tra i filari dove si producono Barolo e Barbaresco e dove esiste un sommerso di ore lavoro il cui valore sfiora i 40 milioni di euro tra il 2023 e il 2024.
Tra i filari dei pregiati vigneti delle Langhe, a cavallo tra le province di Cuneo e Asti, lo sfruttamento lavorativo non è un fenomeno isolato. Confrontando le ore dei braccianti necessarie e l’ammontare di quelle relative ai contratti attivati dalle aziende emerge una differenza tra 2,3 e 3,6 milioni di ore in due anni. Convertendo il tempo “mancante” in denaro, si tratta di una forbice tra 26,3 e 39,8 milioni di euro in lavoro nero nel 2023 e 2024: una voragine per uno dei territori considerati eccellenza del Made in Italy.
È quanto emerge da un’inchiesta svolta da Altreconomia e pubblicata nella sua versione integrale nel dossier “Grappoli amari” che stima per la prima volta il sommerso tra i vigneti da oltre dieci anni patrimonio dell’Unesco.
“In Italia non ci sono luoghi esenti dal fenomeno del lavoro nero e del caporalato anche laddove, come in questo caso, lo sfruttamento non è legato a un mercato che obbliga a ridurre all’osso i costi ma volto esclusivamente ad accrescere il profitto”, sottolinea Marco Omizzolo, docente di Sociopolitologia delle migrazioni all’Università La Sapienza di Roma.
Allo sfruttamento, che in Italia è ormai pianificato e sistematizzato, si aggiunge la ridotta efficacia dell’effetto deterrenza, minata dal fatto che i funzionari e gli addetti al controllo sono pochi rispetto all’estensione di una provincia da 6.895 chilometri quadrati, più del territorio della Città metropolitana di Roma.
